giovedì 7 marzo 2013

Etica di fine vita (seconda parte)



Invece, mai può essere imposto un trattamento nell’unico e riservato interesse del malato. Non è il medico che può obbligare al trattamento, ma soltanto la legge, e solo nel caso appena esemplificato. Su questa materia il Parlamento può legiferare. L’inviolabilità della persona è sottolineata in modo netto, e non trova pari in altre Costituzioni.
 La persona malata ha perciò il diritto di sospendere tutte le cure, e il medico che stacchi flebo e spine non realizza un’omissione, non commette cioè reato di omicidio del consenziente, proprio in virtù della discriminante, introdotta dal Diritto, sulla scelta del singolo (Nota 1). Non esiste un “dovere di vivere”.
I tempi delle scelte su di sé sono all’origine di un altro dibattito – è il tema dell’attualità delle direttive di cura. È attuale se il giorno prima di un intervento viene dato il consenso a un certo tipo di anestesia? O è una dichiarazione anticipata? E un malato di Alzheimer al primo stadio, che programmi le cure per gli stadi successivi, compie un atto che verrà ritenuto attuale o anticipato? Su questo tema si innestano domande assai più sottili, riguardanti l’autonomia della decisione sulle cure di persone che non sono in quel momento in grado di esercitare i loro diritti.

I medici si trovano al centro del dibattito tra legislazione e cura – e già questa potrebbe essere considerata una distorsione, perché al centro dovrebbe esserci la persona con il suo destino. Perciò, come affermato da Enrico Lanciotti, Presidente dell’Ordine dei Medici di Pescara, “una legge di compromesso non serve ai medici, i politici devono lasciarsi aiutare”. Dibattito difficilissimo, in un Paese che pretende di porre alla base della sua cultura e politica il Cattolicesimo, pur registrando una netta diminuzione di popolazione cattolica praticante – al massimo un 25%.
L’uso del senso comune dovrebbe prevedere una buona relazione tra la persona e un medico curante, non necessariamente appartenente al Sistema sanitario nazionale. Il medico e la persona dovrebbero poter percorrere insieme le possibilità di fine vita, sia in termini astratti, quando non vi siano malattie in agguato, sia nel momento in cui una malattia degenerativa, anche se a lungo termine, fosse diagnosticata e quindi costringesse a porsi delle domande. Il medico e la persona dovrebbero poter partecipare insieme al percorso di scelta, prendendo in considerazione sia le possibilità di miglioramento sia quelle di peggioramento, in modo che il medico possa, in modo certo e documentato, tutelare nella maniera migliore la volontà della persona – o, meglio, conoscere a fondo la filosofia che porterebbe la persona ad accettare o rifiutare certi limiti di qualità della vita.

Si tratta di costruire una relazione importante, che ha a che fare anche con aspetti spirituali (davanti ai quali i medici dovrebbero cominciare a sentirsi un po’ meno estranei), nella quale la persona ha sì la possibilità di esercitare i principi di autonomia e di autodeterminazione, ma si trova anche a confrontarsi con una posizione di vulnerabilità e di dipendenza. Per questo motivo anche il Comitato di Bioetica nazionale ha auspicato che, nello sviluppo di tale processo, non vengano coinvolti notai e avvocati: il testamento biologico non dovrebbe essere redatto cioè in modo cavilloso.
Anche la preminenza della presenza di un medico potrebbe non essere corretta. Secondo altre voci, il fiduciario è l’interprete autentico della visione del mondo della persona, il garante della coerenza con i suoi valori, e potrebbe avere anche il compito di far cambiare medico. Vale la pena ascoltare le parole di Cinzia Caporale, Membro del Comitato nazionale di Bioetica: “Per riuscire [a fare la legge] è necessario che tutti – medici, bioeticisti, politici, legislatori, magistrati – proviamo a pensare a noi stessi come ai malati in procinto di perdere la capacità di intendere e di volere. Soltanto se smettiamo di percepirci come decisori, e iniziamo a vederci come decisi da altri, allora forse riusciremo ad aggiustare il tiro e a fare una buona norma sulle dichiarazioni anticipate. C’è bisogno di una partecipazione emotiva: non possiamo pensare alla vita e alla morte delle persone in maniera asettica né strettamente giuridica. Questa legge, in realtà è una grandissima opportunità perché la gente rifletta sulla propria morte, perché decida non solo cosa vuole o non vuole che sia fatto, ma come vuole spendere la propria vita”.

(Nota 1) Sergio Fucci – La Costituzione come base: libertà personale e diritto alla salute. In: Etica di fine vita. Percorsi per scelte responsabili – Quaderni de La Professione, Fnomceo, 2008, nr. 1

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