venerdì 14 febbraio 2014

Una fiaba per crescere: il lupo e i sette capretti

il lupo entra - immagine tratta dal sito paroledautore.net

Rivedo il foyer pronto per La Casa delle Storie dopo tanto tempo. Elisabetta e Giovanni sono affaccendati ad accogliere e salutare tutte le persone che entrano, a distribuire contrassegni a grandi e piccoli. Milano si è svegliata sotto un muro d’acqua, eppure tanta gente è arrivata fino al Teatro della Luna per ascoltare che cosa un lupo e sette caprettini hanno da raccontare e da ricordarci.

La Casa delle Storie 
Il Lupo e i Sette Capretti deve la sua importanza alla semplicità dei messaggi che veicola. 
Quello sottolineato nella sceneggiatura (bellissima) della Casa delle Storie è rassicurante: una mamma ha sempre a cuore i suoi cuccioli e, anche quando le vicende della vita si fanno incerte, drammatiche e piene di mostri, è proprio la mamma buona che trova la luce per guidare tutti fuori dal tunnel.

È un momento commovente, in scena, quando il piccolo caprettino, che ha atteso in solitudine nel pendolo il tempo lungo e buio che corre tra la tragedia e lo spiraglio di luce – la voce materna –, si getta correndo da mamma capretta. È di nuovo luce sul mondo, è il ritorno al luogo protetto e, nello stesso tempo, è caricarsi della responsabilità della speranza: non tutto ciò che era il mondo cucciolo di mamma capretta è dato perduto, non vi è totale desolazione, e una voce che chiede protezione dona fiducia nel futuro.

Il caprettino ha trovato rifugio in un orologio, se per fortuna o per caso o per improvvisa illuminazione non si sa. La ricerca attiva di un modo per salvarsi lo connette alle capacità, alla prudenza, all’autoprotezione che la buona mamma ha cercato di insegnargli nella quotidianità: improvvisamente il caprettino diventa più grande, fa tesoro della preparazione ricevuta e sa attendere nel buio il ritorno della mamma e della salvezza.

La separazione dalla figura primaria

La fiaba ci presenta in questo modo il primo passo del processo di separazione dalla figura primaria di attaccamento. Non a caso il piccolo si rifugia in un pendolo: è il simbolo del tempo che trascorre e della necessità di evolvere e di staccarsi dalla dipendenza dall’adulto, dal vincolo essenziale della prima infanzia, cominciando a scegliere per se stessi le piccole cose che aprono il proprio cammino individuale: “L’orologio dell’evoluzione si è messo in marcia ed è inarrestabile”.

La psicoanalista junghiana Irene Henche Zabala, Direttore della Escuela de Psicodrama Simbólico di Madrid, comprende questa fiaba all’ interno di un gruppo di dodici storie che possono accompagnare l’essere umano nella presa di coscienza della sua evoluzione. “Se teniamo come punto di riferimento il processo individuativo di Carl G. Jung, questi dodici racconti evocano in modo metaforico la crescita psicologica, partendo da una prima fase, che comprende la relazione di base - ossia l’attaccamento –, con cui si inizia, fino alla genesi dell’identità adulta”. Il nucleo di qualsiasi fiaba è la presenza di un Eroe che affronta il viaggio della vita. Irene Henche sottolinea il fatto che l’Eroe non nasce già adulto e con la spada al fianco: anche un Cabritillo Pequeño, un piccolo caprottino, ha da darsi da fare per compiere il primo passo di una lunga strada, che prende forme differenti durante il percorso.


I protagonisti delle fiabe ci propongono età esistenziali diverse, e quindi differenti livelli di individuazione, e si confrontano con “i vincoli, i contenuti, i valori, gli ostacoli e le realizzazioni fondamentali che sono la sfida della vita umana, lungo un percorso di conquista dei significati essenziali e della ricerca dell’ autorealizzazione e della trascendenza. Il viaggio simbolico dell’Eroe viene percorso a poco a poco tra le difficoltà con le quali si confrontano tutti gli esseri umani durante il processo evolutivo, e conduce verso le grandi verità ed evidenze su cui si crea il copione esistenziale e la storia della vita, offrendo contemporaneamente le chiavi per risolverle e superarle con successo”.

Le nuove acquisizioni vengono integrate nella personalità, come sempre accade durante i processi di crescita, e consentono di affrontare successivamente altre difficoltà. Perciò “possiamo considerare questo caprettino numero sette come il primo giorno di vita, se possiamo rappresentare la vita come divisa in sette giorni, ognuno dei quali evoca una tappa cruciale”1.

Il bene e il male nelle fiabe

Una seconda riflessione può essere fatta sulla caratteristica tipica delle fiabe, che è quella di tracciare “una linea divisoria netta tra il bene e il male; linea che, procedendo verso sfide di livello superiore, si assottiglia fino a scomparire, fino a che bene e male si ritrovano e convivono nella stessa persona”. Questo specifico processo aiuta i bambini nella costruzione del proprio Io e li aiuta a incanalare i conflitti interni, che si presentano in vario grado a seconda delle tappe della vita. Il Male, prima che essere incontrato dentro noi stessi, viene collocato simbolicamente al di fuori della persona, e il lupo rappresenta il personaggio simbolico, archetipico, il meno simile all’ essere umano, con un aspetto distruttivo e predatore. 

Quando il Male appare, esso costituisce un ostacolo, che è commisurato al momento evolutivo della persona – o del bambino. Il Male attacca in modo pericolosissimo e l’evoluzione è fondamentale per non esserne divorati. Questa fiaba apre cioè a uno dei Misteri più profondi di questo universo: il Male c’è e basta, ed è meglio saperlo. Il Lupo e i Sette Caprettini differenzia in modo netto la madre veritiera dalla madre falsa, presentando l’una come bianca, e quindi portatrice di luce, e l’altra come nera, portatrice di inganno e di intrappolamento (nota 1).


Non è facile accettare che i processi educativi mettano i bambini, anche molto piccoli, in pieno contatto e a confronto con le ombre dell’umanità; tuttavia è chiaro che i bambini sono a contatto non solo con gli aspetti formali dell’educazione, ma anche con le problematiche irrisolte, i sentimenti negativi e gli aspetti difficili dei genitori e degli adulti di riferimento. I bambini se ne accorgono e possono dover trovarsi a risolvere un conflitto che tale problematiche scatenano dentro di lui, oppure possono parlarne chiaramente: quest’ultima posizione, però, non è facile da assumere, perché va contro il mito del bambino buono.

La fiaba come strumento di dialogo

Come genitori, questa fiaba ci aiuta a introdurre l’argomento dell’inevitabilità del Male, la mostruosità della violenza, i pericoli del mondo, e ci dà l’occasione di mostrare come l’essere capaci di cavarsela da soli, cominciare a diventare indipendenti, avere un proprio giudizio critico e seguire le regole può rappresentare l’unica via di uscita. I genitori non sono perfetti, ma diventano persone complete se possono riconoscere i loro propri limiti e possono parlarne sia con professionisti che li possono aiutare sia con i figli stessi – prima che entrino nell’ età adolescenziale e che scatti l’inevitabile critica, tipica dell’età.

Diventare un genitore completo, e trasmettere un insegnamento ai propri bambini, significa incoraggiarli a vedere i propri lati ostinati, così come noi abbiamo visto i nostri, e aprire un dialogo continuo nel tempo sulle possibilità di fronteggiare l’ignoto, affrontandolo insieme a loro e dando un buon esempio concreto, mettendosi in gioco.

“È proprio grazie al metro di paragone, che nella fiaba, i piccini possono distinguere il mostro, che ha la voce rauca e la zampa nera, dalle figure affettive”. Del resto, il Male è inesorabile, sia nelle forme attivamente aggressive, che non staccano gli occhi né dalla preda né dai propositi distruttivi (“Prima o poi, riuscirò a mangiarvi!!!”), sia nelle forme passive, come quella del mugnaio, che si accorge dei loschi fini del lupo, ma non ha il coraggio né di opporsi lui stesso né di avvertire altri del pericolo incombente per la comunità.

Il teatro interattivo: una forma semplificata di psicodramma

La tecnica introdotta dalla Casa delle Storie coinvolge i bambini e li fa immedesimare in gruppo in un personaggio, come in una forma molto semplificata di psicodramma e con un copione tracciato. In questo modo essi possono sperimentare e interpretare le varie parti della fiaba, protetti dalla presenza del gruppo e da un attore che conduce la scena, come pure possono guardare i genitori o i loro accompagnatori interpretare altre parti. Una fiaba da spettAttori consente di porre dei tasselli al proprio viaggio interiore, addentrandosi nella storia e coinvolgendosi con immagini archetipiche.

Questo vissuto comune è importante per poter codificare un linguaggio, o approfondire gli aspetti di alcune situazioni emotive, in ogni caso per creare o riprendere una reciprocità con l’adulto riguardo l’esperienza emozionale. Mette anche il bambino nella condizione di sperimentare davvero, proprio perché si trova in scena e si identifica poi, finito il suo turno, con gli altri bambini in scena (dacché l’esperienza fonda la conoscenza, in questo caso la conoscenza della sensazione interna di un attore emotivamente coinvolto).

Il bambino sperimenta davvero cosa significa essere inseguito o avere paura o essere protetto. Viene messo di fronte al mistero del Male e agli strumenti per combatterlo, così come le fiabe hanno sempre fatto e come quest’epoca, che vive sul mito del Bambino Felice, pericolosamente vorrebbe non fare più.



Nota 1: una vecchia interpretazione di questa fiaba pone il lupo come sostituto del padre, la cui figura viene svalutata dalla madre capretta. Questo tipo di interpretazione fa perdere alla fiaba il suo connotato archetipico e quindi la funzione di insegnamento che essa può svolgere.

Sul valore del teatro interattivo leggi l'articolo di Roberta Berno sul sito di GenitoriChannel.


Bibliografia: 
1 - Irene Henche Zabala - Educar en valores a través de los cuentos – Editorial Bonum, Buenos Aires, 2008
2 - psicolab.net

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