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venerdì 11 aprile 2014

Violenza e videogame

Che i videogame non facciano bene né ai ragazzi né – tantomeno – ai bambini era un dato già sospettabile. Adesso è un dato scientifico: i giochetti di guerra e di sangue, di morti e di spari esplosivi fanno male, a prescindere dallo status sociale, dal Paese di nascita e dal modello culturale. I videogames rendono più aggressivi perché vengono modificate le prassi cognitive e affettive.

Dal punto di vista cognitivo, il cervello processa le immagini e i sentimenti di violenza come se si trattasse di un insegnamento, e questo a prescindere dal controllo che i genitori possono attuare o dal livello di aggressività temperamentale del bambino stesso.
Dal punto di vista affettivo, ossia emozionale, vengono coinvolte aree cerebrali sottocorticali filogeneticamente molto antiche. Queste aree cerebrali (in particolare l’ippocampo e l’amigdala) sono deputate al controllo delle emozioni e dell’aggressività e risentono della visione e interazione con la violenza nello stesso modo con cui si modificano di fronte a una esperienza di shock, ed è possibile – esattamente come nel trauma – che le modificazioni cellulari e biochimiche abbiamo effetti a lungo termine. Questo significa che i segnali in entrata e le reazioni in uscita non sono sotto il controllo della corteccia cerebrale, e quindi del pensiero, ma avvengono automaticamente per la mancata regolazione delle strutture superiori su quelle inferiori, con sviluppo graduale di atteggiamenti ostili, come rabbia e scarsa empatia, non differente da ciò che succede nel mondo animale.
I videogiochi violenti influenzano le azioni della vita reale tramite l’effetto disinibitorio di cui sopra e l’emergere di un desiderio di emulazione delle azioni, apprese con la concentrazione mentale sullo schermo. I bambini sotto i 12 anni risultano anche più sensibili a tali effetti. Esempi saliti alla cronaca sono il caso dei due ragazzini di Detroit che hanno ucciso e bruciato un coetaneo per imitare Manhunt2, o la strage in un centro commerciale di Omaha avvenuta per mano di uno studente fanatico del videogioco militare CounterStrike
Craig Anderson, direttore del Centro per lo Studio della Violenza nella Iowa State University, afferma: 

“Oltre il 90% dei videogiochi classificati E10+, cioè adatti a ragazzi oltre i 10 anni, contengono scene di violenza, spesso raffigurata come giustificata, divertente e senza conseguenze. Ma immagini e suoni violenti possono produrre appiattimento emozionale e accentuazione di comportamenti aggressivi, che non se ne vanno se si spegne la consolle”. 
Una scena del film "Elephant" di Gus Van Sant                      
Il passatempo migliore e anche formativo per i bambini e i ragazzi è lo sport, l’attività fisica regolare, le passeggiate nel verde a piedi o in bicicletta, il movimento come principio di vita. L’attività fisica regolare riprogramma il benessere interiore e il rapporto con il mondo e, se presenti, riduce l’aggressività, migliora l’ansia e l’autocontrollo. Come controprova, una ricerca più allargata del Dipartimento di Pediatria del Georgia Prevention Institute di Augusta rende noto che c’è uno stretto legame tra sedentarietà, obesità infantile e comportamenti violenti.

Il mondo delle adolescenti anoressiche

Caloriferi al minimo per rabbrividire soprattutto la notte, docce gelate e bere acqua fredda. Bere due cucchiai di aceto se si sta per cedere alla fame, in modo da chiudersi lo stomaco e farsi venire la nausea all’idea del cibo. Stare in piedi in autobus e al bar, muoversi costantemente anche da sedute – almeno le dita – e stare dritte con la schiena, perché così si consumano il 10% di calorie in più. Quali calorie?, viene da chiedersi, perché questi sono tra i consigli che si passano tra loro le ragazze anoressiche, “pro ana” per dirla con il loro gergo.

Se si clicca su Google la parola anoressia, si troveranno moltissimi consigli medici, statistiche, luoghi di cura, terapeuti che si propongono. Del sottobosco di ragazzine che diventano dei mostri con se stesse e che cercano la solitudine per “urlare in silenzio” non si trova traccia. Le parole magiche per entrare nel loro mondo sono altre. E una volta che questo mondo si dischiude, il cuore si stringe sulle manie e sull’esasperazione che prende queste ragazze e le costringe ad aprire dei blog per condividere con altre i sistemi per dimagrire in fretta. Blog pieni di insulti verso se stesse, blog a cui rispondono ex-anoressiche in cerca di nuovo coraggio “per tornare come prima”, ossia con dieci o quindici chili di meno: tutte forti dell’idea che l’anoressia sia una scelta di vita e che nessuno ha il diritto di sopprimere il loro vero naturale modo di essere, unite nel grido di “insieme ce la facciamo tutte”.
Di fronte a tutto ciò, in questo momento ci si chiede, a vari livelli, se bloccare l’accesso ai siti e blog pro-ana. Non sarà mai troppo tardi per intraprendere seriamente la strada di una prevenzione molto forte e un’operazione culturale di vasta portata sull’argomento.
L’anoressia è una malattia, scatenata da ragioni profonde. A volte accompagna altre forme di malattia psichiatrica, e allora si tratta solo di un sintomo aggiunto. Ma più spesso si tratta di una malattia primaria, che produce complicanze fisiche serie legate alla malnutrizione. Le cause sono state variamente discusse; per molto tempo si è pensato a un problema nel rapporto con la madre, ma nell’ultimo decennio qualche lavoro scientifico ha mostrato l’influenza del padre in età pre-pubere (9 anni), anche se i primi sintomi si manifestano soprattutto tra i 15 e i 19 anni. La mortalità fra queste persone, in riferimento alle varie età, è maggiore di 5 o 10 volte.
I blog pro-ana su internet costituiscono un vero e proprio movimento, che aumenta la gravità delle patologie già presenti e che dà origine a nuove adepte (l’incidenza nei maschi è molto minore, e certamente correlata alla stessa crisi della figura paterna che influenza le ragazze). Prima di parlare di terapia, è necessario approfondire dei presupposti nuovi, quelli che si trovano consigliati in calce a questo scritto.

Fonti:
ANSA, 24 febbraio 2014
Quotidianosanità.it, riportato da Omceomi.it, 22 luglio 2013

Per approfondire:

D’Ambrosio G.M. - Anoressia e danza: approccio archetipico alla  malattia – In: D’Ambrosio e Nicotra, Il lavoro clinico con gli adolescenti, FrancoAngeli 2010, pag. 34-44