Visualizzazione post con etichetta farmaci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta farmaci. Mostra tutti i post

venerdì 18 aprile 2014

Il mito dell'efficacia degli antidepressivi


Gli antidepressivi sono tra i medicinali più prescritti nel mondo e producono un giro economico dell’ordine di miliardi. Ogni principio attivo messo in commercio deve passare attraverso la sperimentazione clinica umana e i risultati acclarano l’efficacia del farmaco.
Come abbiamo già scritto su questo blog, non sempre le sperimentazioni cliniche vanno a buon fine e un terzo di esse non vengono né pubblicate né segnalate. Spesso quindi l’efficacia scientifica e clinica delle sperimentazioni, che documentano il risultato positivo di una certa molecola medicinale, è perciò filtrata a seconda del risultato stesso.

Sugli antidepressivi sono stati recentemente condotte delle metanalisi. La metanalisi è un lavoro scientifico che prende in considerazione tutti i lavori scientifici pubblicati fino a quel momento su un certo argomento. Ne riprende i dati, li processa e verifica se le singole conclusioni dei singoli lavori scientifici sono coerenti e se le indicazioni cliniche a cui hanno dato origine sono corrette. L’Autore delle metanalisi di cui trattiamo è John Ioannidis  della Stanford School of Medicine.
La prima metanalisi da lui condotta era costituita dai dati proposti alla Food and Drug Administration  per l’approvazione a uso terapeutico di 12 principi attivi antidepressivi. Solo metà delle sperimentazioni cliniche avevano effettivamente avuto un risultato positivo; l’altra metà dei dati era stata presentata in modo distorto, per farli risultare comunque utili all’attività di terapia clinica, oppure venivano francamente tralasciati. Mediamente tutti questi principi attivi risultavano dare un modesto beneficio, e non i grandi vantaggi decantati e suggeriti dalla letteratura ad uso dei medici.

La seconda metanalisi sugli antidepressivi correlava i dati che mettevano a confronto l’effetto del trattamento farmacologico e la gravità della forma depressiva. La differenza con il placebo, analizzata tramite programmi di statistica, diventava davvero significativa in senso clinico solo in una minoranza di pazienti con forme di depressione endogena (depressione maggiore) molto gravi. Ma persino quest’ultimo non era un dato a favore del farmaco: non aumentava di efficacia l’antidepressivo: era il placebo a perdere il suo effetto. I benefici in tempi brevi sono pochi, e gli effetti a lungo termine, protettivi e dannosi, di questi farmaci sono molto poco studiati.
Questi dati, tuttora poco conosciuti, lanciano una riflessione importante sull’efficacia delle medicine antidepressive: la loro attività NON È così importante e ampia come il marketing farmaceutico vuole farci credere. Ioannidis, impressionato, afferma: “Mi chiedo come l’uso di piccoli trial clinici con risultati non rilevanti, interpretazioni inappropriate dei risultati statistici, progetti di studio manipolati, selezione faziosa della popolazione sottoposta a studio clinico, follow-up troppo brevi e una presentazione dei risultati distorta e selettiva abbiano potuto costruire e nutrire un tale mito sull’efficacia evidence-based (scientificamente provata) degli antidepressivi!”. E si augura che vengano effettuati studi più seri e più accurati, a lungo termine, che diano delle prove standardizzate davvero concrete sull’effetto di questi farmaci.
A questo processo, auspicato da John Ioannidis, non è ancora possibile arrivare, a causa delle troppe pressioni ideologiche ed economiche che minano la seria ricerca del benessere per ogni creatura, noi compresi.

Fonte:
Philosophy, Ethics and Humanity in Medicine  : Ioannidis JPA - Effectiveness of antidepressants: an evidence myth constructed from a thousand randomized trials? – Phil Ethics Human Med, 2008, 3 (14)

martedì 1 aprile 2014

Bambini e medicalizzazione eccessiva: ADHD

La cosiddetta sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) è una bufala ben concertata: ormai ce l’ha rivelato anche il suo inventore. Dopo aver riempito i bambini di farmaci dannosi per anni, e aver illuso le famiglie che l’irrequietezza infantile fosse un “disturbo” che si può curare con le medicine (!), vengono allo scoperto i problemi medici, deontologici ed etici che stanno dietro alla terapia di questa presunta epidemia.

Il British Medical Journal ha pubblicato un lavoro in cui gli Autori, appartenenti alla Bond University australiana, dichiarano che i bambini dovrebbero essere attentamente osservati per almeno 10 settimane, sia in contesto casalingo che in contesto scolastico, prima di porre una simile diagnosi. 
La medicalizzazione dell’irrequietezza è sicuramente un’azione superficiale. Si calcola che solo il 14% dei bambini diagnosticati sia veramente affetto da una sindrome che merita un’attenzione farmacologica. Gli altri sono piuttosto vittime di una educazione non andata a buon fine e della crisi dei valori della famiglia. 

Negli ultimi dieci anni i farmaci utilizzati per “curare” questa sindrome hanno aumentato le vendite del 72%. Gli Autori dell’articolo spiegano:
 ''Questi farmaci provocano perdita di peso, problemi al fegato e tendenze suicide, e le loro conseguenze a lungo termine non sono ancora note, anche se studi sui topi sembrano confermare che l'assunzione prolungata provochi dipendenza''.
L’ADHD viene diagnosticata con troppa facilità e la spinta verso il farmaco non può che trovarci in totale disaccordo. Questa società considera i bambini un oggetto di mercato, è l’unico motivo per cui destano interesse.
Personalmente abbiamo potuto curare bambini molto irrequieti con altri mezzi, associati alla psicoterapia. La Medicina omeopatica unicista, per esempio, ha nel suo repertorio rimedi quali Lycopodium e Arsenicum album che, per motivi differenti, agiscono sul comportamento di bambini ribelli e iperattivi. 
Nel primo caso, si tratta di bambini che non hanno ricevuto un’adeguata educazione al senso del limite durante l’età del “no”. Sentono di aver perso la loro dignità e si sentono schiacciati immeritatamente. Sono bambini arrabbiati che percepiscono di non avere il potere di dire quello che pensano.

Nel secondo caso, si tratta di bambini venuti a contatto con la morte. I bambini Arsenicum non riescono a stare fermi, toccano tutto, hanno una mania per l’ordine, sono maniacalmente pignoli su qualcosa, devono muoversi continuamente. Sono spinti dall’angoscia della morte: non vogliono crescere perché hanno capito che poi si muore.
I vaccini fanno poi la loro parte nell’influire sul sistema sinaptico dei bambini. Per non parlare dei traumi, che spesso rimangono nascosti, inascoltati o sottovalutati.

Fonte: DottNet.it, 6 novembre 2013